Piazza Gramsci: da vuoto a piazza

Idee a costo ø

CITTÀ

Claudio Deangelis

7/10/20263 min read

Capita a tutti di trovarsi in un posteggio stracolmo di automobili nel quale si perde la nozione dello spazio provando un senso di desolazione: si tratta di un vuoto (e non uno spazio) che molte volte ho vissuto come horror vacui, cioè quel senso di malessere dovuto alla perdita dei riferimenti visivi, ossia di quei punti di contatto della percezione che limitano in genere l’orientamento. Sono realtà denominate piazze urbane per la loro ampiezza, per le caratteristiche che mostrano quando sono circoscritte da cortine di edifici quasi sempre discontinue, di cui l’uso in atto è sovente quello della sosta. Possiamo definirli anche luoghi entropici, vale a dire rumorosi, chiassosi pari al caos che producono.
Di fatto ogni città per carenza di posteggi trova opportuno invadere le piazze del centro con innumerevoli autoveicoli, privando così questi spazi dalla possibilità di sottoporli alle destinazioni sociali; ma non avendo alternative i Comuni compromettono l’attrattività del luogo e le piazze sono pertanto assoggettate a usi impropri e spogliate di quelle atmosfere tipiche di questi luoghi identitari. Progressivamente la città smarrisce, ma dimentica anche, le tracce della propria memoria storica, fino alla cancellazione definitiva con alterazioni e modifiche alle architetture contigue.

Non a caso riporto – per analogia – la nostra cosiddetta piazza cittadina il cui odonimo è Gramsci; un grande “vuoto” di forma rettangolare regolare, circoscritto da filari di alberature d’alto fusto e circondato perlopiù da corpi edilizi recenti di scarso valore singolo; un’area consistente rivestita d’asfalto e sovrastata dal potere veicolare, equivalente ad uno slargo usato come punto di ritrovo frugale e di sosta temporanea; le confluenze viarie la lasciano indifferente alla vista proprio per un’assenza di elementi simbolici – o di quei riferimenti rimossi – che in passato hanno segnato il carattere della centralità e della vitalità urbane; la perdita di virtù spaziale e monumentale ne hanno fatto nel tempo un luogo anonimo, simile a tanti altri la cui considerazione è venuta meno.

Oggi, riabilitare un’area così ampia si rende sempre più necessario, perché aprirebbe ad un’azione rigenerativa di riqualificazione del “cuore contemporaneo” della città e, al contempo, avvierebbe sviluppo con la nascita di polarità culturali che l’attualità non dispone. Vuol dire, in altre parole, promuovere attrattività locale attraverso un programma politico-urbanistico che tenga conto sia di un congruo investimento in “cultura”, sia della ricaduta dello stesso nel contesto prossimo.
Possiamo definirlo un cambiamento vero e proprio che si può attuare, per esempio, iniziando da pianificazione circoscritta al centro urbano e valutando necessità e carenze funzionali rivolte ai bisogni comunitari e collettivi, allo scopo precipuo di ampliare l’offerta dei servizi urbani.

Uscendo da questa digressione, torno sulla piazza cittadina per indicare come agire per ridare – facendo uno sforzo immaginativo – un nuovo volto a questo “vuoto” nello spazio pubblico. Basti ritornare idealmente ad alcune configurazioni e contenuti che abbiamo conosciuto in passato o che la letteratura nel merito ha sempre descritto, per capire come si crea un luogo che si apra alle persone che così esercitano (in senso figurato) la legittima padronanza del sito.
Per iniziare la piazza deve liberarsi dalla sua veste di posteggio prevalente, dunque di luogo di transito, per destinare alla sosta solo una parte a ovest della stessa, sfruttando la pendenza per limitarne la vista, oppure ponendo a posteggio una quota seminterrata a favore del massimo utilizzo della superficie pedonale; il corso Garibaldi può proseguire il suo naturale lastricato che darebbe origine, sui lati, a spazi flessibili per l’inserimento di strutture temporanee removibili di utilizzo stagionale arricchite da vegetazione naturale; sono strutture per così dire a “telaio” per agevolare manifestazioni e eventi all’aperto ed anche momenti di socializzazione libera; si deve ad un nuovo sistema di illuminazione l’atmosfera teatrale e scenografica che infrange le emergenze volumetriche, le vetrine di prossimità dei negozi e della ristorazione; la cittadinanza deve sentirsi coinvolta in ogni azione attraverso una comunicazione semplice ma efficace, che crea valore per un autentico salotto urbano.

Possono essere interventi minimali ma di grande valore semantico (oggettivo ed emotivo) come, in ultimo, l’inserimento figurale della porta storica – la porta Alessandria dalla quale prendeva il nome la piazza – leggera direbbe Calvino, eterea e essenziale da restituire alla storia della città che, immersa in un’isola verde, si può percepire da lontano in arrivo dal capoluogo di provincia; sarebbe senz’altro un dono alla civitas, un tocco di unicità alla piazza che in passato la ospitava.
La piazza declina i momenti significativi della giornata: quella diurna attraversata passivamente o percorsa come luogo di incontro o di commercio; quella serale colorata dal tramonto “si fa luogo della riflessione dello spirito magari sorseggiando un aperitivo o gustando una pietanza”; quella notturna ospitata dalla “magia del silenzio, da notti bianche, o da notti dedicate alla cultura e all’intrattenimento”.

Concludo con l’asserzione di Santiago Caprio, architetto e professore circa l’efficacia delle iniziative rigenerative di largo impiego nella città europea: “Ciò dimostra come la riqualificazione di una parte della città è in grado dunque di incrementare il legame comunitario. La socialità di una comunità ha infatti risvolti positivi quando è presente una sensazione positiva nella condivisione di uno spazio che attrae individui estranei o appartenenti alla stessa”.

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