Palazzo Pastore vs riuso

Idee a costo ø

CITTÀ

Claudio Deangelis

7/10/20264 min read

Ogni qualvolta visito un luogo in cui l’architettura è protagonista sono animato da idee e pensieri propositivi: mi è capitato nei recenti viaggi in Italia – prima a Reggio Emilia, poi a Vicenza e a Bologna – mosso dall’interesse di conoscere quelle modalità progettuali del costruito esistente denominate “riuso adattivo” e “aggiornamento retroattivo”, di estrema attualità nelle prassi tecnica ed estetica ed anche sperimentale. Marco Biagi, sulla rivista Casabella 941, definisce queste modalità progettuali come “fattispecie contemporanee del restauro tradizionale che si stanno progressivamente affermando nella prassi corrente e promettono di conquistare, nel prossimo futuro, una quota vieppiù significativa del mercato delle costruzioni in quanto riflettono fenomeni strutturali piuttosto che congiunturali. Fenomeni di massiccia dismissione e incalzante obsolescenza del patrimonio edilizio urbano”. Questa definizione è comune alle opere monumentali delle nostre tre città, passate da sedimento storico – afflitte da forte degrado fisico – a esempi virtuosi di riuso architettonico e ambientale. Descrivo in sequenza il risultato dei miei rilievi diretti.

- A Reggio Emilia la semplicità di un Restauro incompiuto, “non finito”, ha guidato l’intervento strategico sul Complesso monumentale dei Chiostri di San Pietro, restituito, dopo anni di oblio, alla città sotto forma di polo culturale contemporaneo; costituito prevalentemente da spazi aperti al pubblico passaggio, ruolo sociale per l’incontro e lo scambio d’esperienze, luogo senza tempo, dalla vocazione teatrale e anche laboratorio urbano, attraversato “dalle infinite possibilità d’uso, flessibili, adattabili e mutevoli a seconda delle funzioni e dello scorrere del tempo”.

- A Vicenza Il Parco Querini è oggetto di recente restauro per riuso pubblico; di origine rinascimentale l’impianto, dapprima conventuale e poi possedimento terriero, subisce nell’Ottocento una sostanziale trasformazione, avvalendosi delle tracce murarie, anche medievali, per costruire le serre (o aranciere) giunte a noi in una “condizione prossima a quella di un sito archeologico”. Al progetto di restauro delle parti superstiti ne è stato affiancato uno ricostruttivo che ha interpretato i volumi mancanti delle serre con un “rarefatto telaio in acciaio” che tratteggia uno spazio informale – leggero e trasparente – fino a consegnare alla memoria le forme del proprio passato.

- A Bologna la Ex chiesa di San Barbaziano è anch’esso un esempio di Restauro incompiuto, destrutturato nella sua nuova figurazione esterna delle facciate e intatto all’interno come lo ha consegnato il tempo. Ne risulta uno spazio aperto – ma coperto – agli usi sociali del presente, da programmare sui bisogni urbani del momento; intitolato “Il progetto del tempo”, è sottoposto a visite guidate gratuite per far conoscere gli spazi restaurati secondo le nuove modalità.

Dopo aver riletto con grande trasporto gli scritti del 1995 (a cura della Prof.ssa Vera Comoli e dell’Architetto e urbanista Pier Massimo Stanchi) sulle ragioni della tutela e del recupero di Palazzo Pastore a Valenza, ho trovato profonde affinità e analogie ai casi sopra descritti suggerite dalle condizioni di fragilità delle consistenze edilizie e frammentarietà delle strutture del palazzo stesso che – parte minore di un complesso storico posto sul crocevia della “Contrada Maestra” – rappresenta uno dei luoghi strategici della città medievale che “agiva nella città in modo determinante, in quanto presenza attiva della vita politica, sociale e culturale”, fino ai cambiamenti destinativi dei secoli XVIII e XIX; infatti le integrità formali di questo patrimonio cittadino fanno parte di un più ampio aggregato – definito isolato conventuale di San Francesco – sul quale questo palazzo barocco è fondato; in seguito si fondano sui resti del Convento il Teatro Sociale e un modesto fabbricato su quelli abbattuti della chiesa Gotica che, per ampiezza, circoscrive al tempo stesso una piazza urbana (Piazza Verdi); fanno parte della storia recente anche le celle delle ex carceri affiancate dal grande arco murario sul quale poggia la torre dell’acquedotto, a testimoniare come aggiunte e modifiche abbiano rimodellato l’ordine costituito dei chiostri interni, preservando tracce e indizi per una futura ricostruzione, dove la rete di camminamenti del piano terreno – intercalata da scale originarie di volumi chiusi – si unisce agli sbocchi naturali della viabilità pubblica in diverse direzioni.

Questo sito, sempre nel 1995, è stato oggetto di un importante Convegno nel quale si è avanzata la proposta corale di destinarlo a “Centro culturale internazionale”, con l’inserimento, all’interno di Palazzo Pastore, di un Museo dell’Oreficeria; gli Atti del Convegno sottolineano la grande attualità dell’iniziativa, ma le circostanze del momento sono vissute dagli attori come una vicenda travagliata e tormentata del palazzo, in quegli anni “ritrovato” e in seguito smarrito un’altra volta nell’oblio della storia.
Oggi l’Isolato di San Francesco è celato agli occhi di tutti, nascosto per le sue condizioni di avanzato degrado e di inaccessibilità, come manifesto inspiegabile di una vergogna urbana. Riabilitarlo per sottoporlo alle nuove modalità di “riuso adattivo” o di “aggiornamento retroattivo” può essere motivo di riscoperta per restituirlo alla comunità di appartenenza, ma anche ad un pubblico avvinto e attratto dalla bellezza (nefasta) del luogo; si può immaginarlo sotto forma di luogo culturale riconvertendo gli edifici a nuovi usi, ossia intervenendo sul costruito con il proposito di preservare le strutture originarie e la memoria storica.
Riconsiderare il suo riuso può costituire una strategia vantaggiosa dal punto di vista della sostenibilità, ad esempio impiegando minori risorse finalizzate a consolidamenti massivi e al restauro delle componenti estetiche, per favorire la riduzione dei costi complessivi; inoltre ridurre i materiali di scarto e le demolizioni (per evitare più emissioni di carbonio e più rifiuti) vuol dire frenare i lavori sulle murature e, in qualche modo, bloccare il tempo trascorso sulle pareti lasciando alla vista le epoche diverse dell’impianto. In altre parole il riuso nei termini va pensato attraverso lavori limitati e minimali che esaltino l’atmosfera e l’uso principale degli spazi aperti, nonché l’innesto, ove necessario, di strutture informali per nuovi servizi ausiliari.
Agevolare e abilitare l’uso degli spazi aperti dell’isolato può costituire un primo passo verso il suo riuso, che deve essere graduale e programmato nel tempo; al quale passo dovranno seguirne altri di recupero dei volumi una volta individuate e decise le nuove funzionalità; di fatto l’uso degli spazi esterni promuove il transito pedonale, mentre i cortili favoriscono le manifestazioni, gli spettacoli, gli eventi espositivi, così come alcune aree centrali incoraggiano la riproposta di discreti giardini contemplativi a confine dei Deambulatori colonnati. Pochi gesti, pochi segni sono la premessa di una architettura riscoperta, da aprire alla socialità e per questo da condividere come locus della rappresentazione del passato e della contemporaneità.
Vale l’auspicio di saper vedere nell’eredità urbana l’avvenire del patrimonio storico-monumentale.

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