Al sindaco che verrà... 2026

Claudio Deangelis

3/24/20264 min read

Lettera ai candidati

Mi affaccio sulla scena urbana a distanza di pochi anni nell’attesa (e nella speranza) che le imminenti consultazioni comunali inducano gli elettori, come me, ad una maggiore riflessione sugli aspiranti alla candidatura a Sindaco, sulle loro attitudini amministrative e sulle abilità nell’affrontare temi che riguardano la nostra Città. Scontento in genere delle politiche urbane per l’assenza di un vero e proprio progetto alle spalle, in grado di generare un atteso “rinnovamento” (in termini urbanistici), vedo la città con i suoi abitanti nell’ansia di un auspicato cambiamento.

Avverto che gli elettori si attendono maggiore operosità dal Sindaco venturo per quanto i limiti siano transitivi e temporali, tuttavia si augurano politiche pertinenti (non generiche) e agende aperte alla condivisione di temi e questioni urbani. Insomma, tutti noi sogniamo che la Città sia oggetto di espliciti propositi, di concrete considerazioni e di pratiche ideali.

L’investitura a Sindaco rappresenta il mandato più alto che la Città può conferire per la cura di sé stessa, di cui l’urbanistica definisce come sentimento il “benessere dei cittadini”. Per cui la fiducia esige tranquillità e sicurezza di aver posto obiettivi esaudibili dalla volontà politica. Tutto questo non si esaurisce soltanto nella responsabilità (responsabile) del Sindaco che verrà, ma nelle conoscenze singolari che saprà dimostrare nel contesto sia sociale, sia urbano e sia territoriale.

La generosità degli elettori ha premiato più volte chi non possiede le conoscenze adatte al proprio mandato, nondimeno chi è dotato di comportamento inerziale e di visione miope, quindi le passate esperienze hanno segnato negativamente il destino della nostra città che si ritrova sempre più inadeguata al suo tempo, cioè mancante di spazi culturali, di luoghi pubblici adatti alla nuova socialità e sguarnita di immagini e atmosfere tipiche di ogni città europea. In buona sostanza si fanno più forti le aspettative urbane di questo periodo storico – in cui si perseguono, sui generis, politiche urbanistiche indirizzate al recupero “adattivo”, “conservativo” e “generativo” di spazi e corpus edilizi – rivolte a esperienze ormai analoghe a livello planetario.

Questa è l’epoca in cui le nuove tecnologie stanno modificando i modi di produrre e di comunicare, in cui le governances locali sono investite di obblighi politici e sociali che vedono nella propria “mission” l’ascrizione della crescita urbana: da un lato l’aspetto “Distrettuale” e dall’altro quello “Comunitario” ad esso strettamente collegato.

Si auspica, per questo, una figura di intelletto, sensibile a questi temi ricorrenti, consapevole che il proprio ruolo si divide tra le mansioni dell’art. 50 del Testo Unico degli enti locali (TUEL) e altri compiti ad esso intimamente connessi che, pur non essendo riportati nella loro peculiarità e singolarità, si possono tradurre o interpretare nell’ambito “del prendersi cura” della Città e suo contesto, della Città come luogo comune da proteggere e salvaguardare.

“Il Sindaco che verrà” – avversato da un sistema urbano e territoriale del quale è cosciente per appartenenza e conoscenza dei luoghi dell’urbs – è investito da incombenze sempre più frequenti e complesse da rimediare in tempi contenuti, incombenze materiali o compiti propri di un ruolo immanente rappresentato da precisi “officium: ossia, (…) quello che si deve fare, quello che è giusto fare”, nel senso oggettivo del termine.

I tanti compiti (-obiettivo) che competono al “Sindaco che verrà” – come prossimo designato e garante dei processi di planning – si possono ricondurre alla seguenti priorità: 1) rileggere e affrontare in chiave critica le “funzionalità della Città” (traffico e sosta veicolare, mobilità dolce, sevizi assenti, inquinamento dell’ambiente, espansione e densità edilizia, spazi pubblici, qualità della vita e altro) per poterle contrastare; 2) proporre e poi avviare un Disegno complessivo della Città (o progetto di Urban Design) che preceda e al contempo costituisca il palinsesto puntuale dei bisogni attuali e futuri di un nuovo strumento urbanistico; 3) recuperare riscoprendo i “Luoghi” dell’identità storica per poterli riqualificare, ricostruire e riusarli nella loro essenza pubblica spazio-temporale; 4) riconoscere e attribuire nuove funzionalità agli immobili storici riconosciuti come patrimonio e eredità di tutti, con politiche che sul medio e lungo termine possano dare impulso alla istituzione di Enti culturali (musei, biblioteca, fondazioni e associazioni); 5) prevedere e attivare politiche rigenerative della centralità urbana per renderla attrattiva e attraente; 6) individuare e localizzare polarità monumentali tipiche dei quartieri e delle porte urbiche, vere e proprie tracce di memoria collettiva capaci di ridare vitalità e sviluppo alla Città; 7) promuovere l’avvio di politiche rivolte alla Sostenibilità urbana (ambientale e sociale) per la sua capacità di produrre economie di scala (risparmio energetico, riduzione delle isole di calore, ecologia e biodiversità, salubrità dei luoghi, mobilità e miglioramento della qualità della vita), 8) avviare come ultimo atto la realizzazione del Piano Generale Comunale.

La nostra realtà urbana – già definita “formalmente compiuta” – è afflitta da fenomeni disfunzionali sistemici come la maggior parte di Città analoghe che stentano a garantire standard adeguati a migliorare le condizioni di vita dei suoi abitanti. Il “Sindaco che verrà” deve tenerne conto, deve assicurare un Piano-programma d’insieme atto ad assicurare una graduale e progressiva attuazione di interventi che ritrovi in primis le soluzioni all’insostenibile traffico veicolare, contestualmente alla configurazione di ulteriori ambiti pedonali e una nuova localizzazione accentrata della sosta.

Il “Sindaco che verrà” se forte di una coscienza civica (oggi per lo più infrequente), se dotato delle necessarie conoscenze che i temi comportano e se provvisto di perspicacia e razionalità operative può agire senza deludere gli elettori; nondimeno se provvisto di “senso urbano” rivolto al significato di “bene comune” – quello che anima ogni comunità di persone – quello che Salvatore Settis ben descrive con arguzia nei suoi scritti di alto valore istituzionale: ““Bene comune” vuol dire coltivare una visione lungimirante, vuol dire investire sul futuro, vuol dire preoccuparsi della comunità dei cittadini, vuol dire anteporre l’interesse a lungo termine di tutti all’immediato profitto dei pochi, vuol dire prestare prioritaria attenzione ai giovani, alla loro formazione e alle loro necessità. Vuol dire anteporre l’eredità che dobbiamo consegnare alle generazioni future all’istinto primordiale di divorare tutto e subito”.

A tutti il mio augurio
Claudio Deangelis